Escalation nel Golfo: come il rischio di Ormuz si traduce in costi aggiuntivi

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Alla fine di febbraio e all’inizio di marzo, una nuova fase di escalation in Medio Oriente, caratterizzata da attacchi sferrati dagli Stati Uniti e da Israele sul territorio iraniano, ha innescato una serie di reazioni a catena: rappresaglie, aumento della tensione nel Golfo, chiusure parziali degli spazi aerei e, soprattutto, il ritorno dello scenario che continua a preoccupare gli operatori del commercio internazionale: il rischio nello Stretto di Ormuz.

L’obiettivo qui non è quello di ripercorrere la storia politico-militare. Il punto di vista è diverso: comprendere i meccanismi attraverso i quali una crisi regionale diventa, nel giro di poche ore, una questione di costi, tempistiche e rischi contrattuali per flussi che, a volte, non hanno nulla a che vedere con l’Iran.

Una piccola precisazione: ci limiteremo qui al nostro ambito: il commercio internazionale, la logistica, i costi e i rischi. La dimensione umana e umanitaria è ovviamente fondamentale, ma semplicemente non rientra nel nostro campo e non intendiamo trattarla in questa sede.

Il primo canale di trasmissione: l’energia (e il premio di rischio)

Non appena la situazione nella regione si fa tesa, il petrolio reagisce. Non solo perché l’offerta verrebbe immediatamente interrotta, ma perché i mercati incorporano un premio di rischio: il prezzo tiene conto della probabilità che si verifichi un incidente in futuro. E si osservano già fluttuazioni con picchi dell’ordine dell’8-10% a seconda delle sessioni.

Il punto nevralgico rimane Ormuz: uno stretto strategico attraverso il quale transita una parte considerevole dei flussi mondiali di petrolio e gas, pari a circa il 20%.

E questa è una sfumatura fondamentale per il commercio: non è necessario che lo Stretto di Ormuz venga “chiuso” perché l’economia si blocchi. Bastano alcune minacce credibili, incidenti, navi in attesa o armatori che sospendono temporaneamente il transito per far aumentare il costo dell’energia… e, di conseguenza, per far lievitare un’ampia base di costi (trasporto, produzione, assicurazione, finanziamento).

Il settore marittimo: la tensione si traduce in costi aggiuntivi e ritardi

Il trasporto marittimo non si ferma necessariamente in periodo di crisi, ma diventa più costoso, più lento e più incerto. Tre fenomeni prevalgono:

  • I premi “war risk ”: non appena il rischio percepito aumenta, i sovrappremi assicurativi salgono, a volte molto rapidamente, e alcuni assicuratori riducono la copertura o inaspriscono le condizioni.
  • Sovrapprezzi e deviazioni: anche in assenza di blocchi, i vettori applicano sovrapprezzi di rischio e alcune rotte vengono evitate.
  • L'effetto imbuto: lo Stretto di Ormuz è stretto. Attese di poche ore possono trasformarsi in code, poi in ritardi portuali, riprogrammazioni e tensioni sulle scorte, con conseguenti sanzioni o controversie.

Ciò che rende la situazione particolarmente delicata è il divario tra il costo visibile (il trasporto) e i costi nascosti: immobilizzazione delle scorte, interruzioni temporanee, costi aggiuntivi legati alla conformità o perdite commerciali dovute a un servizio compromesso.

Settore aereo: chiusura dei corridoi aerei = crollo della capacità

L'impatto sul settore aereo è spesso drastico. La regione costituisce un corridoio e, quando gli spazi aerei vengono chiusi o limitati, si osservano: cancellazioni, deviazioni, allungamento delle rotte (e quindi maggiore consumo di carburante), calo della capacità e, di conseguenza, aumento delle tariffe di trasporto merci.

Su alcune rotte, i voli passeggeri e i rimpatri hanno, com’è ovvio, la priorità, il che riduce ulteriormente lo spazio disponibile per il trasporto merci. Risultato: per i settori che operano con flussi just-in-time (farmaceutico, ricambi urgenti, elettronica, beni di lusso…), la crisi si traduce non tanto in un arresto quanto in una combinazione costosa di ritardi, riprogrammazioni e sovraccarichi.

Il fattore che paralizza davvero: l’incertezza finanziaria

I mercati finanziari reagiscono tipicamente con una fuga verso i beni rifugio e un aumento della volatilità. Ma per il commercio, il segnale più penalizzante è un altro: l’atteggiamento attendista. Quando l’incertezza aumenta, molti operatori sospendono le decisioni (ordini, lanci di prodotti, investimenti logistici) in attesa di maggiore chiarezza. E quando tutti aspettano contemporaneamente, gli scambi rallentano.

Lista di controllo operativa: cosa devono fare le aziende?

Di fronte a questo tipo di shock, la sfida non consiste nel prevedere l’evoluzione geopolitica, bensì nel ridurre la vulnerabilità della catena di approvvigionamento alla crisi.

  1. Restituire potere alla geografia
    Mappare le rotte marittime e aeree: quali flussi attraversano quali zone, quali hub del Golfo sono fondamentali, quali alternative esistono (anche se più costose) e in quali tempi.
  2. Definire contrattualmente il rischio prima che si concretizzi
    Rivedere gli Incoterms, le clausole relative al carburante, le clausole di forza maggiore, le responsabilità in caso di deviazione del percorso/ritardi/assicurazione. L’obiettivo è semplice: evitare di dover stabilire “chi paga cosa” al momento della fatturazione.
  3. Considerare l’assicurazione come un costo dinamico
    Non considerare l’assicurazione come una voce fissa: in caso di crisi, essa varia. Prevedere l’aumento dei premi e le possibili esclusioni.
  4. Garantire la conformità e le prove
    Quando la tensione sale, aumentano i controlli e le controversie: prove di trasporto, origine, valore, conformità alle sanzioni e ai controlli sulle esportazioni a seconda dei flussi. Anche se la vostra merce non è collegata all’Iran, il tasso dei controlli tende ad aumentare automaticamente.

Conclusione: una crisi militare… e una crisi dei costi

Un intervento e un’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele non sono solo una questione diplomatica: diventano ben presto una questione logistica, energetica, finanziaria e assicurativa.

Per gli operatori, la parola d’ordine si riassume in tre verbi: mappare (le strade), stipulare contratti (il rischio) e documentare (le prove).

E il parallelo è sorprendente: che si tratti di un conflitto armato o di una guerra commerciale, il commercio internazionale paga sempre lo stesso prezzo, quello dell’instabilità, che si traduce in costi aggiuntivi, complessità e decisioni rinviate.

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